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Cartoceto: Frantoio il Mulinaccio

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Lavori e manufatti agroartigianali


Le capanne di fango e paglia

Per il ricovero degli attrezzi o dei polli e dei conigli, da tempi remotissimi i contadini costruivano, oltre a capanne in muratura, capanne di fango e paglia a pianta solitamente circolare, note come "giostre".
Il tetto, sostenuto da un metulo centrale e da rami disposti radialmente, era costituito da un cumulo di paglia di forma conica. Nel muro circolare di fango si apriva solo la porta d'ingresso. La costruzione poteva durare dieci vent'anni, fino a quando reggeva il tetto; poi la pioggia la sgretolava, senza lasciare macerie da sgomberare.
I circoli di terra scura che ora riappaiono durante le arature profonde dimostrano che per gli antenati del neolitico abitanti le zone pianeggianti e le colline del luogo le giostre erano la sola abitazione di uomini e animali domestici.

L'impagliatura delle sedie

Materiale: sgarza o paglia palustre o tifa, bràttee delle pannocchie di granoturco.
Lavorazione: il sedile logoro di una sedia veniva sostituito seguendo uno dei seguenti procedimenti:
a) si attorcigliavano in senso orario le lunghe foglie di sgarza per costruire una corda a un solo trefolo e contemporaneamente si intesseva il sedile passando la corda sotto e sopra le sbarre del telaio a cominciare dagli angoli; al termine si imbottiva il sedile sotto e sopra con brattee;
b) si preparava la corda a due trefoli ruotando due fasci di sgarza verso sinistra e accavallandoli uno sull'altro verso destra; si aggiungeva una foglia di sgarza man mano che i trefoli si assottigliavano e si lasciavano le punte fuori della corda; al termine si tagliavano tutte le parti sporgenti dalla corda, la quale veniva avvolta attorno alla spalliera di una sedia lasciandola ben tesa; dopo uno o due giorni si avvolgeva la corda in più strati in modo da formare un grosso salame; si intesseva il sedile con la corda iniziando dagli angoli; man mano che l'intessitura procedeva, si imbottivano le parti intessute con le brattee.
L'intessitura terminava al centro; il sedile risultava diviso in quattro triangoli da una raggiera di quattro solchi.
Note:
Durante la lavorazione la sgarza veniva inumidita con acqua, per evitare che si rompesse.
La sgarza veniva acquistata da rivenditori che passavano di casa in casa, portandone grossi fasci sulla schiena.
Sembra che ancora oggi l'impagliatura delle sedie sia uno degli hobbies più praticati.
La struttura di legno della sedia veniva fabbricata da artigiani ambulanti, capaci di squadrare con maestria le gambe e forarle con la giusta inclinazione in modo che, inseriti i pioli, la sedia non zoppicasse.

Le granate e i granatelli

Materiale: meliga o saggina, coltivata in solchi fra il granoturco e liberata dei semi; alcuni vinchi lunghi e sottili di salice nero; una stecca di legno; una canna.
Lavorazione: per fabbricare un granatello da usare per togliere le briciole dal tavolo o scopare la cenere dall'arola bastava legare un fascio di meliga appena sotto le ramificazioni delle spighe, di vinco spaccato a metà, e tagliare poi gli steli appena sotto la seconda fascia.
Per costruire una granata occorreva legare quattro granatelli e poi unirli infilandovi la stecca. Poco più sopra la stecca gli steli venivano stretti da un'altra fascia di vinco spaccato.
Al centro della fascia veniva infilata la cima aguzza della canna che doveva rendere più solido il manico.
Si praticavano altre fasciature degli steli alla distanza di circa venticinque centimetri, mentre si sfoltivano gli steli in modo che il manico risultasse sempre più stretto.
Note:
La scopa nuova aveva un aspetto estetico notevole. Veniva usata per scopare all'interno della casa fino a quando si logorava; poi la si usava anche nell'aia, nella stalla, nel pollaio.
Per scopare l'aia si fabbricavano granate di tamerici, assai più grossolane.

Il crino e la crina

Materiale: vinchi neri lunghi e sottili di uguale dimensione.
Lavorazione: i due recipienti erano diversi solo per la forma: a botte quella del crino, a piatto capovolto la crina. Il recipiente veniva costruito iniziando ad intrecciare i vinchi dal fondo, dove veniva lasciata un'apertura circolare del diametro di 15-20 cm.
La costruzione proseguiva dopo il primo giro con un rinforzo a spirale, irrobustito al termine del fondo circolare.
La spirale riprendeva poi sviluppandosi verso l'alto per terminare con un orlo largo e robusto formato da un tessuto di vinchi complicatissimo.
Uso: la crina veniva usata capovolta, quasi esclusivamente per tenervi la chioccia che poteva esservi introdotta attraverso l'apertura in alto, mentre l'orlo in basso veniva tenuto sollevato mediante un sasso in modo che i pulcini potessero entrare e uscire a loro piacimento.
Il crino, munito di un uncino di legno fissato ad una corda legata all'orlo, serviva normalmente per la raccolta delle foglie d'olmo.
Note:
La costruzione di questi recipienti richiedeva una speciale abilità e molta esperienza (un profano non riuscirebbe a decifrare il metodo seguito per la costruzione dell'orlo).
Oggi restano solo pochi anziani contadini capaci di costruire un crino.

Il canestro, la canestra, il canestrino e il cestone

Materiale: canne comuni, mature e stagionate, ripulite ai nodi, spaccate in quattro breghe mediante un cilindro di legno con punta a quattro solchi come un cacciavite a stella ("spacarèl"); vinchi neri, sottili, di vario diametro.
Lavorazione: si cominciava dalla costruzione del fondo con vinchi piccoli intrecciati su una raggiera di vinchi più grossi; si inserivano poi vinchi lunghi e sottili a fianco di ogni vinco della raggiera, si piegavano verso l'alto e si iniziava a costruire la parete con una fascia di vinchi piccoli intessuti sui vinchi verticali.
Si proseguiva quindi intrecciando in modo alternato due breghe di canna; infine arrivava la parte più delicata del lavoro: la costruzione dell'orlo coi vinchi verticali che sporgevano sopra la parete di canna, attorcigliati verso l'interno del recipiente, e si tagliavano le punte superflue.
Tipi di recipienti: il canestro che era largo e alto, con due manichi piccoli ai due lati per essere trasportato da due persone. La canestra era uguale al canestro solo molto più bassa. Il canestrino era più piccolo e con un sol manico ad arco.
Il cestone era un recipiente privo di fondo, alto come una persona, con la forma di una botte in posizione verticale.
Uso: il canestro serviva per trasportare erba e foraggi in due persone; la canestra serviva per raccogliere i panni del bucato o per portare la merenda a chi lavorava nel campo; il canestrino serviva per l'uva, le uova, la frutta e gli ortaggi, le erbe di campo; il cestone serviva per conservare il granoturco e altri cereali che venivano estratti man mano che servivano da una finestrella alla base.
Note:
La canestra e il canestrino potevano essere anche intessuti con vética, cioè con vimini o vinchi sbucciati in primavera: ne risultavano recipienti candidi, più eleganti e di maggior pregio.

La cesta

Materiale: ramo d'olmo biforcuto e con sperone come rancie; vinchi e rami flessibili di altri alberi.
Lavorazione: le cime dei due rami venivano legate a formare un anello, attorno al quale si fissava la struttura che sosteneva i rami intrecciati: ne risultava un recipiente di forma convessa, incapace di stare in piedi.
Uso: veniva usata per tutti i casi in cui era utile un recipiente da appendere mediante un gancio: raccolta della frutta, nido per le galline ecc.
Note:
Il detto "matto come una cesta" deriva probabilmente dal fatto che la cesta si comporta come un ubriaco, incapace di stare in piedi.

La forca

Materiale: un ramo, solitamente d'olmo, che poteva essere impugnato, con una biforcazione di due rami di uguale grossezza (talvolta anche di tre rami).
Lavorazione: il ramo veniva scaldato al fuoco di un falò e nel forno a legna, in modo che diventasse flessibile e permettesse il distacco della corteccia. Poi lo si faceva passare attraverso i pioli di una scala ai quali veniva legato con vinchi, in modo che assumesse la linea di un cucchiaio. Dopo alcuni giorni il ramo veniva tolto dalla scala e conservava la sua forma: bastava spuntare i rebbi, asportare la corteccia, eliminare le asperità, e la forca era pronta.
Uso: serviva per rivoltare il fieno, caricare i foraggi sul biroccio, costruire cumuli e pagliai (in questo caso, servivano anche forche speciali con manico più lungo).
Note:
la forca era uno degli attrezzi più usati; chi aveva preso la mano con una forca ne diventava geloso proprietario.

Il rastrello

Materiale: sbarra di legno squadrata, bastone lungo leggermente curvo, bastoni piccoli.
Costruzione: la sbarra veniva forata nel senso dello spessore con un succhiello medio (gualatrina) e di fianco, al centro, con un succhiello grande (gualtre). Nei fori più piccoli si adattavano i denti segati dai bastoni piccoli, poi si fissavano con zeppe sul dorso della sbarra; nel foro grande si inseriva il bastone lungo fissandolo con un'altra zeppa. Infine si aguzzavano i denti tirando il legno con la concavità di una roncola e di un seghetto.
Uso: veniva usato principalmente per rastrellare il fieno sparso.

La scala

Materiale: un tronco d'albero, solitamente di acacia, segato a metà; bastoni di diametro adatto da cui ricavare i pioli.
Costruzione: si praticavano fori corrispondenti sulle due metà del tronco alla distanza di circa 50 cm, usando il gualtre. Si adattavano ai fori le estremità dei pioli, che venivano poi fissati all'esterno della scala.
Uso: scale di diversa misura venivano usate per salire sugli alberi, sui pagliai per tagliare il foraggio, sul tetto di casa per sistemare tegole o catturare passeri.

I mastelli e le mastelle

Materiale: assicelle strette per le doghe, assi più larghe per il fondo; tre fasce di ferro di diametro leggermente crescente.
Lavorazione: le doghe venivano leggermente piallate nelle spessore e all'esterno in modo che acquistassero la giusta curvatura; poi venivano montate una accanto all'altra stringendole con le tre fasce; con una pialla speciale curva e con lo scalpello sporgente veniva praticato verso il fondo un solco circolare per inserirvi il fondo. Il fondo circolare era costruito con assi unite per mezzo di spinotti di legno e assottigliato intorno. Il fondo veniva inserito nel solco allentando l'ultima fascia di ferro, che poi veniva ricollocata al suo posto.
Tipi: il mastello, alte e largo, era fatto di legno d'abete aveva tre doghe sporgenti dall'orlo, di cui due forate da usare con manichi e una non forata che serviva per sostenere l'asse del bucato.
La mastella, più piccola e bassa, costruita con legno di gelso o di quercia, era trasportabile con due manichi di legno.
La bigoncia (bigonsa), alta e stretta, talvolta serrata da fasce di legno, aveva una doga sporgente impugnabile (talvolta aveva il fondo oblungo).
Usi: il mastello serviva per il bucate e la risciacquatura; la mastella serviva per contenere l'acqua destinata all'abbeverata delle vacche; la bigoncia, costruita con doghe sottili, serviva unicamente per la raccolta dell'uva.
Una tinozza larga e bassa costruita con legno di quercia e due sole fasce di ferro, talvolta ottenuta segando in due una vecchia botte, serviva da deposito dell'acqua presso il pozzo.
Note:
Questi recipienti venivano normalmente fabbricati da falegnami professionisti; ma molti contadini se la cavavano ottimamente da soli, utilizzando semplici attrezzi e assi ricavate da alberi del podere.

La morsa

Materiale: un grosso tronco con un gomito a 45°circa, segato a metà e forato a metà della parte orizzontale; due grosse putrelle di legno squadrato; un grosso albero filettato di ferro o di legno che trovava la controfilettatura all'interno di una piastra di ferro o di una delle due metà della morsa.
Costruzione: si fissavano solidamente le due putrelle divaricate ai lati di ciascuna delle due ganasce della morsa, in modo che essa venisse a poggiare su tre punti; si inseriva nel foro l'albero filettato che si faceva ruotare per mezzo di una leva.
Uso: serviva per fissare oggetti di una certa dimensione e anche interi tronchi posti verticalmente per essere segati in tavole per mezzo di un segone tirato da due persone.

Le corde

Materiale: canapa coltivata nel podere, raccolta separando le piante maschili (che maturano prima e danno una fibra più pregiata) da quelle femminili (che restano verdi fino alla maturazione dei semi e danno una fibra più grossolana.
Lavorazione: le matasse di stoppa venivano portate ai cordai di Fano che lavoravano lungo la riva destra del porto canale, a valle della Liscia, e le trasformavano in corde di vari tipi e di vari diametri: corde grosse (serc) per il tiro dell'aratro, meno grosse per il sollevamento dei secchi del pozzo, sottili per le redini delle mucche (muraj), sottilissime (sparacina) per le fruste.
Note:
Le piante della canapa venivano seccate al sole, poi portate a macerare al fiume dove restavano una decina di giorni, quindi asciugate, infine liberate dai bruscoli mediante due macchine di legno (il maciullone e la maciulla).

La frusta

Materiale: manico sottile e flessibile, sparacina, cordicella.
Costruzione: La sparacina veniva legata all'estremità più sottile del manico e terminava con un tratto di cordicella poco più grande di uno spago, necessario per ottenere lo schiocco.
Note:
La frusta per i bovini da tiro veniva rinforzata don nodi a intervalli regolari. Normalmente bastava farla schioccare o farla cadere blandamente sulla groppa delle bestie; ma a volte veniva calata con forza dal bifolco incollerito e lasciava il segno facendo sollevare la pelle in una linea lunga interrotta dai rilievi dei nodi. Fruste già pronte, col manico di legno bianco diviso in trefoli attorcigliati, venivano acquistate solitamente per i cavalli.

Il frusto

Materiale: un bastone lungo per il manico, un bastone più corto, un tratto di cordicella e una striscia di cuoio.
Costruzione: un'estremità del bastone corto veniva legata a un'estremità del manico con la cordicella o la striscia, in modo che il bastone corto potesse essere fatto ruotare agevolmente.
Uso: il frusto serviva per trebbiare piccole quantità di semi (fagioli,fave, orzo); a ogni movimento di sollevamento e battitura compiva una rotazione e veniva a trovarsi in posizione orizzontale quando si abbatteva al suolo.
Note:
Questo strumento, detto in italiano correggiato, è di origine remota e veniva usato per la trebbiatura del grano.

Il giogo

Materiale: un tronco di oppio (acero campestre) squadrato e due sbarre leggermente ricurve delle stesso legno; corda di media grandezza; grande anello di ferro e forma di lira con fascia di chiusura; occhiello con perno di fissaggio; due fasce di cuoio con fibbioni.
Costruzione: il tronco veniva assottigliato nella parte superiore in modo che restasse un orlo rilevato. La parte che doveva venire a contatto con la groppa della vacca veniva levigata, arrotondata e scavata per darle una forma leggermente concava. Al centro del giogo veniva fissato il grosso occhiello che doveva sostenere l'anello a lira, entro il quale passava il timone del carro o il gancio del cavo di corda o di ferro. Alle due estremità del giogo venivano praticati due fori sui quali venivano fissate due tratti di corda che sostenevano le staffe; in altri due fori praticati verso il centro del giogo venivano fatti passare due corde abbastanza lunghe per abbracciare il collo della vacca e venire allacciate a un foro all'estremità inferiore della staffa. Sul margine anteriore del giogo, in corrispondenza della groppa della vacche, erano annodati a due anelli fissati nel legno due larghe fasce di cuoio con vari fori in una delle estremità e un fibbione nell'altra.
Uso: le vacche venivano aggiogate abbracciando il loro collo con la corda che partiva dal giogo per essere annodata all'estremità inferiore della staffa e facendo passare le due fasce di cuoio alla base delle corna e poi allacciando i fibbioni.
Note:
La superficie esterna della staffe era spesso intagliata con motivi decorativi geometrici e a volte verniciata con diversi colori. La corda della staffa era talvolta sostituita da una fascia di cordicelle intrecciate.

Gli zoccoli ("i soc")

Materiale: due pezzi di legno di pioppo squadrati, le tomaie di un vecchio paio di scarponi, strisce di latta di barattolo da conserva, chiodini a testa larga.
Costruzione: con una segna e una sgorbia (scure con taglio curvo) veniva data ai due pezzi di legno la forma delle piante dei piedi; poi veniva lasciato il tacco; infine con uno scalpello veniva praticato un solco nella parte superiore dello spessore.
Nel solco veniva adattato il margine della tomaia che poi si inchiodava con sopra la fascetta di latta.
Note:
Gli zoccoli venivano portati dai ragazzi soprattutto d'inverno; gli adulti, oltre agli zoccoli, chiusi, usavano zoccoli aperti, come quelli oggi usati negli ospedali, soprattutto per i lavori nella stalla. Per gli zoccoli aperti si usava solitamente una tomaia di cuoio spesso, tagliata dal calzolaio.

Le ciabatte ("le ciavat")

Materiale: stoffa o tela, cartone.
Costruzione: tagliata la ferma di cartone, veniva messa in mezzo a strati di stoffa della stessa forma, coi quali veniva cucita. Poi vi si applicava sopra la tomaia di stoffa e, eventualmente, una guarnizione di tela interno all'orlo.
Uso: le ciabatte venivano usate dalle donne in casa.

La ventola ("la ventarola")

Materiale: penne timoniere di tacchino; quattro stecche di legno; un manico con l'apertura per l'incastro.
Costruzione: le penne venivano poste allineate all'interno delle due paia di stecche, unite poi con chiodini o filo di ferro. Infine si inseriva il manico in mode che imprigionasse le stecche trasversali.
Uso: veniva usata per accendere il fornello o per ravvivare la brace nell'arola.

La tagliapane ("la tajapàn")

Materiale: un'assicella di legno solido (olmo), due angolari di sostegno di ferro, una vite, un coltello con manico e un occhiello piano sporgente.
Costruzione: si montavano i sostegni sull'assicella e si fissava la lama ai sostegni per mezzo della vite.

Uso: serviva per affettare il pane.
Note:
Per evitare che la pagnotta si schiacciasse invece di tagliarsi, doveva avere una sufficiente consistenza ed essere non troppo fresca. Per il continuo uso che si faceva della tagliapane, l'assicella era consumata dalla parte del manico.

Il forello ("el furèl")

Materiale: una panca grossolana con quattro gambe e un foro su un'estremità del piano; un ferro con la cima appuntita e un margine assottigliato.
Uso: serviva per sgranare a mano le pannocchie di granoturco, stando seduti sul panchetto e usando prima la punta del ferro e poi la lama per staccare i chicchi dal tutolo.

La pala e la sessola ("la pâla" e "la sesla")

Materiale: un'asse spessa di legno stagionato ricavata dal tronco di un grosso oppio (acero campestre) o di un gelso.
Costruzione: l'asse veniva segata longitudinalmente per ricavare il manico; lungo per la pala, corto per la sessola. Con la scure, la sgorbia e la raspa veniva scavata la parte concava e arrotondata la parte convessa dello strumento, che veniva alla fine levigato con un frammento di lastra di vetro.
Uso: la pala veniva usata per la raccolta di granaglie e farine, per la ventilazione del granoturco e dei legumi, per la spalatura della neve. La sessola serviva per gli stessi usi, per la raccolta di piccole quantità di aridi.
Note:
Pale e sessole venivano più spesso acquistate al mercato, fabbricate a regola d'arte. La vita di una pala di legno veniva prolungata con riparazioni a base di punti di filo di ferro, man mano che si producevano crepe sul piano di raccolta.

Celso Mei

Il travaglio

Si tratta di una struttura in legno che permette di ferrare il bestiame, ben piantata per terra. Ormai queste strutture sono scomparse dal nostro territorio oppure sono deteriorate e in abbandono.

Luciano Poggiani


Dettaglio scheda
  • Data di redazione: 01.01.2000
    Ultima modifica: 08.01.2011

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