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Cardaccia e Fosso del Mulino (parte del sentiero CAI n.231) (Comune di Apecchio)


CARDACCIA E FOSSO DEL MULINO (parte del sentiero CAI n.231) (Comune di Apecchio)

Tempo di percorrenza: h 3.00 (percorso ad anello)
Lunghezza: 6 km
Difficoltà: E
Ultima verifica dell'itinerario: 2023

La Cardaccia è un piccolo rilievo alle pendici nord-occidentali del massiccio del Monte Nerone: la vetta è posta a 642 metri di altezza e conserva numerosi resti del castello degli Ubaldini della Carda. Scesi dalla cresta si percorre una vecchia carrabile che sovrasta il Fosso del Molino, affluente di destra del fiume Biscubio.

Provenendo da Piobbico, andando in direzione di Apecchio, attorno al km 4, in località fonte del Sassorotto una stradina di ghiaia si inoltra nel bosco a sinistra e dopo cento metri si trova un piccolo parcheggio dove inizia, e termina, l’itinerario. 

Una ripida salita richiede subito un approccio fisico non indifferente, ma lo sforzo dura poco e ci si ritrova in un pianoro in cui i pali della luce indicano la via. Tutta la parte del percorso che attraversa il rilievo della Cardaccia non figura tra i sentieri ufficiali, ma la traccia è ben visibile e ci sono anche i segnavia biancorossi. Questo comodo tratto che combacia con la linea elettrica termina poco prima che il prato finisca e occorre allora svoltare decisamente a sinistra e entrare nel bosco. Inizia una leggera salita nel ceduo dominato dai carpini neri e in pochi minuti si sfonda in un terrazzino panoramico da dove il cammino prosegue sulla cresta. Le piante qui sono rade e basse e tra piccole poverelle e scotani si sta vicino al bordo senza difficoltà tecniche. Quando la cresta si allarga il terreno si fa più glabro e si apre la vista anche a ovest incontrando immediatamente il globo colorato del noto Mappamondo della Pace, opera artigianale realizzata in legno da Orfeo Bartolucci negli anni ’90. Intanto davanti a noi la vetta si avvicina: per raggiungerla occorre aggirarla passando a sinistra, dove il sentiero ritrova il bosco, poi un prato scosceso, poi di nuovo il bosco e infine una rampa piuttosto ripida, stretta e parzialmente esposta che conduce sul pianoro sommitale. C’è un piccolo bosco anche quassù, tra vecchi muri e colonne che testimoniano la presenza di un grande castello veramente importante nel XV e XVI secolo, quando vi trascorse la giovinezza Federico da Montefeltro, poi Duca di Urbino. Era il celebre e temuto Castello della Carda, sede principale dei conti Ubaldini che dominavano queste terre di mezzo a cavallo dell’Appennino. Con un po’ di attenzione si può anche salire sulla vetta, dove c’è un’altra parte della fortificazione e da dove si gode la vista di tutto il percorso fatto fin qui. Tornati indietro si procede nei prati che un tempo erano occupati dagli insediamenti che ornavano il castello. Prati affacciati sul precipizio, che va avvicinato con molta cautela. Al limitare opposto di queste spianate il sentiero scende a destra e va ad intersecare la vecchia strada di servizio: poco dopo si incontra anche la torre di guardia che ne governava il traffico. La discesa prosegue tra le ginestre e la scarpata, poi al limitare di un boschetto e raggiunge un viottolo che porta alla chiesa di San Cristoforo di Carda che si staglia davanti a noi. Il nostro percorso prosegue su quello stradello, ma andando a sinistra, così da intraprendere la via del ritorno. Una piccola edicola sacra in pietra arenaria, riparata alla meno peggio, è il tipico riferimento religioso contemplato in ogni strada che attraversasse aree selvagge ritenute pericolose: questo stradello, che ci riporta al punto di partenza, è scavato nella nuda roccia ed è stata per secoli, fino al secondo dopo guerra, l’unica via di comunicazione con San Cristoforo e Serravalle di Carda. Ora il taglio di roccia ci regala splendide stratificazioni di scaglia rossa, bianca e cinerea, e noi che camminiamo, a differenza di coloro che ci passavano con le auto o prima ancora a cavallo, possiamo osservarle e apprezzarle molto meglio. C’è solo una deviazione da fare, ma ne vale assolutamente la pena: poco dopo un rudere che si scorge in basso sulla destra un sentierino va verso il fosso, passa qualche metro sotto quelle rovine, e ci porta di fronte alla cascata del Molino, una delle più belle di questa parte dell’Appennino: due scivoli e un’ampia e profonda marmitta, e i ruderi del Mulino sulla destra quasi completamente coperti dalla vegetazione.


Dettaglio scheda
  • Data di redazione: 24.01.2024
    Ultima modifica: 24.01.2024

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